Dall’emergenza alla riflessione, fino agli scenari di un possibile cambiamento. Il Covid-19 ha imposto un ripensamento del mondo che conosciamo. Oltre alle questioni sanitarie, infatti, il virus ha messo in discussione la strutturazione stessa del nostro modo di vivere: ne è convinto il filosofo belga Laurent de Sutter che all’HuffPost parla della “natura epidemica” del mondo, del nostro rapporto con l’alterità e della ridefinizione del concetto di cambiamento: “Abitare un mondo non significa semplicemente fare in modo che esso si adatti ai nostri bisogni e desideri, ma implica una forma di negoziazione o di coesistenza, volontaria o involontaria, con tutte le altre forme di vita che lo abitano”.
Laurent de Sutter, saggista e professore di Teoria del Diritto presso la Vrije Universiteit di Bruxelles, reduce dalla partecipazione a Prendiamola con filosofia - il primo festival digitale nato durante il lockdown – sottolinea come nei secoli abbiamo pensato in modo individualistico considerando il mondo come una semplice fonte di risorse, mentre dimenticavamo di interrogarci sui rapporti di interdipendenza tra noi esseri umani e tutti gli altri esseri, fra noi e le cose, fra le cose tutte e lo spazio. La pandemia ha destato le sensibilità e ha portato il filosofo belga a condensare la sua riflessione nell’agile volume digitaleCambiare il mondo – L’epidemia e gli dèi [1](Tlon, 2020): “È indubbio che sia difficile immaginare cosa si possa trarre di buono da un virus; tuttavia, se c’è una cosa che la recente crisi ci ha già insegnato, è quanto non siamo soli al mondo – e sarebbe altrettanto difficile sostenere che questa nuova consapevolezza non sia una buona cosa”.
Cosa ci insegnano gli antichi Greci sull’epidemia?
I Greci, diversamente da noi, consideravano ovvio il fatto che l’essere umano, non trovandosi da solo sulla Terra, dovesse convivere con numerose altre forme di vita. C’erano poi gli déi, in grado sia di mandare pioggia sulle città con le loro benedizioni che di causare devastazione se contrariati. Perciò, ogni volta che un dio visitava la città (poiché la maggior parte delle divinità erano nomadi), gli uomini si impegnavano a garantire che egli venisse accolto con adeguate cerimonie e sacrifici. Il nome dato a tali riti era epidemos. Di conseguenza, le “epidemie” erano le cerimonie organizzate in onore di potenze straniere (xenoi) la cui apparizione in città poteva simboleggiare sia un pericolo che un’opportunità.
Un’apparizione che comunque implicava un “cambiamento”.
Sì. “L’epidemia” era il mondo in cui un luogo veniva modificato dalla presenza di un ospite il cui potere eccedeva quello degli esseri umani che vi abitavano. L’organizzazione logistica del mondo non è mai stata una questione di civilizzazione, ma una questione di equilibro tra forme diverse di selvatichezza. I Greci l’avevano pensato fino a innalzarsi all’altezza degli dèi; noi dobbiamo scendere a quella dei virus.
L’epidemia, dunque, può essere vista come una forma di negoziazione con uno “straniero” che, però, appartiene allo stesso nostro cosmo.
Il pianeta come lo conosciamo non è un dato scenario o paesaggio all’interno del quale abbiamo deciso di insediarci, ma il risultato della deliberata produzione di uno spazio di esistenza che potrebbe avvantaggiare la nostra specie. Altre forme di vita hanno fatto lo stesso. Come ha ben dimostrato James Lovelock, Gaia è l’esito delle attività di tutti gli esseri viventi che hanno cercato di trasformare un luogo ostile in qualcosa di adatto alle loro esigenze.
Ci spieghi.
Anche l’aria che respiriamo non è naturale esito dell’evoluzione, ma qualcosa di deliberatamente prodotto da taluni microrganismi. Ciò significa che il mondo è basato sul successo di una costruzione operata da altri per noi e viceversa. All’interno del suo corpo, l’uomo ospita una moltitudine di microrganismi funzionali alla vita per i quali, a loro volta, il corpo umano costituisce un “mondo”. Allo stesso modo, lo spazio che abbiamo costruito per noi implica e coinvolge molti altri esseri. Alcuni di essi sono ben noti (come bestiame, colture, lieviti, animali domestici, ecc) ma altri, a noi sconosciuti, hanno stabilito che le condizioni poste alla nostra vita fossero vantaggiose anche per loro. Abitare un luogo, quindi, non significa semplicemente fare in modo che esso si adatti ai nostri bisogni e desideri ma, appunto, implica una forma di negoziazione o di coesistenza, volontaria o involontaria, con molte altri esseri. Il problema è che abbiamo dimenticato questa dimensione di convivenza, preferendo pensare al luogo che abitiamo come a qualcosa che va difeso dal qualsivoglia intrusione straniera.
Lei parla del rapporto tra le infrastrutture del mondo e il virus. In effetti, la velocità della diffusione è stata legata anche alla quantità e alla velocità della comunicazione: la peste viaggiava a piedi, il Covid in aereo...
Assolutamente. Costruire un mondo è un’impresa materiale. C’è bisogno di strade, canali, dispositivi per l’irrigazione, ma anche ponti e tunnel e binari del treno, condutture, fognature, condotte, cavi elettrici, dighe, data center e così via. La storia dell’umanità è la storia della delega a oggetti di funzioni che sono state svolte in modo più efficiente da essi che non da noi a mani nude. Ciò significa che l’artificialità del nostro mondo è principalmente, se non esclusivamente, l’artificialità delle infrastrutture che abbiamo costruito per sostenere la concentrazione e la circolazione di noi esseri umani, dal Neolitico in poi. Ma ancora una volta, dal momento che il nostro mondo è sempre un rifugio per molte forme di vita, se concentrando gli esseri umani e gli animali su una piccola superficie abbiamo reso l’esistenza più facile per alcuni aspetti, d’altra parte è stato possibile che batteri e virus prosperassero e infine mutassero facendo, per esempio, il salto dalla mucca all’uomo. La pandemia a cui stiamo assistendo è solo l’estensione su scala mondiale di questo processo.
Cosa possiamo dedurne?
All’improvviso, ci siamo resi conto che ciò che in apparenza abbiamo costruito per proteggerci dalle minacce è esattamente ciò che le sta intensificando. È come se il mondo si fosse rivoltato contro di noi. Per questo, se vogliamo cambiarlo in meglio, urge una presa di coscienza.
Una presa di coscienza funzionale a un cambiamento. Ma come attuarlo?
Dato che abbiamo a che fare con la struttura stessa del mondo, la risposta alla domanda su cosa sia necessario cambiare per migliorarlo è abbastanza preoccupante: tutto. La sfida che stiamo affrontando è letteralmente la costruzione di un altro mondo - non solo di una sua visione alternativa, o di un altro modo di viverlo, o di migliori tecniche per isolarci al suo interno, ecc. Ciò di cui abbiamo bisogno è una riprogettazione completa della struttura materiale che è stata costruita per consentire al mondo di esistere. È molto comune ai nostri giorni non prendere sul serio i geoingegneri che discutono di enormi sforzi tecnologici riguardanti Marte o il Sole, ma dimentichiamo che si tratta della stessa cosa che gli esseri umani hanno fatto sulla Terra per decine di migliaia di anni. Abbiamo “terraformato” la Terra. Ciò che dobbiamo fare ora è “terraformarla” di nuovo - o, almeno, riorientare l’attuale concetto di “terraformazione” in modo che non sia più basata sull’idea di autoimmunizzazione verso altre forme di vita.
Un compito non semplice.
Naturalmente. Se ci sono voluti millenni per avere il mondo come lo conosciamo oggi, un tale riorientamento non può essere ottenuto in tempi brevi, e certamente non con il semplice cambio della guardia di persone al vertice di questa o quella autorità. Per avere risultati efficaci c’è bisogno di uno sforzo totale dell’umanità e uno sforzo implica acciaio e cemento o, auspicabilmente, materiali più sostenibili. I cinesi sembrano averlo capito meglio di chiunque altro, dal momento che stanno riprogettando l’infrastruttura della placca eurasiatica secondo l’agenda del megaprogetto “New Silk Road”. Tuttavia, se ciò mostra la portata dei cambiamenti necessari, illustra anche cosa può verificarsi se perseveriamo andando in una direzione che sottovaluta la dimensione di coesistenza di ogni mondo.
Vuol dire che non è possibile cambiare il mondo attraverso azioni circoscritte o a livello locale?
Il livello della sfida a cui ci troviamo di fronte è lo stesso dei cambiamenti generati dallo sviluppo industriale delle società dalla fine del XVIII secolo. Anche se l’uomo ha da sempre fatto affidamento su qualche forma di logistica per sostenersi, la rivoluzione industriale e le sue conseguenze hanno agito da moltiplicatore, nel bene e, soprattutto, nel male. Se continuiamo a pensare che il peso delle questioni generate dai malfunzionamenti del nostro pianeta (compresa l’epidemia di Covid-19) possa essere affrontato soltanto da singoli individui o dalle autorità locali, allora siamo condannati. Sbaglia chi concepisce gli esseri umani come entità chiuse, la cui vita può essere considerata una proprietà o una qualità. L’esistenza è sempre al di fuori, sotto forma di cose senza le quali nessun tipo di vita potrebbe esistere - altre specie, altri esseri, ma anche strumenti, oggetti e, sì, dispositivi infrastrutturali. In loro assenza, il mondo non esisterebbe – e senza il mondo, che implica la coesistenza tra una molteplicità di altri esseri, la vita è impossibile.
References
- ^ Cambiare il mondo – L’epidemia e gli dèi (tlon.it)