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Servizio sanitario, elefante nero destinato all’estinzione

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Opinioni

di Walter Ricciardi

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(Marka)


4' di lettura

Nel celebre romanzo di Gabriel García Márquez Cronaca di una morte annunciata, tutti, tranne il diretto interessato, sono al corrente della morte imminente e inevitabile di Santiago Nasar, che si accorge di morire solo pochi attimi prima di essere assassinato. È quello che sta succedendo al nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn), uno degli ultimi al mondo, che tutti sappiamo destinato all’estinzione, se non ci attiviamo subito per salvarlo.

La chiusura del Servizio sanitario italiano, pubblico, con copertura universale, gratuito (o quasi) al momento dell’uso, perché finanziato tramite la tassazione generale e, quindi, non discriminante per reddito, residenza o altro è ormai da considerare come un “elefante nero”, un incrocio tra un cigno nero (evento raro, scarsamente probabile e imprevisto con implicazioni enormi) e l’elefante nella stanza, un problema evidente a tutti, ma che nessuno vuole affrontare, anche se sappiamo che un giorno avrà conseguenze diffuse e dirompenti.

I sintomi sono tanti: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento impressionante delle malattie croniche, l’insostenibilità derivante da un perenne sottofinanziamento e dall’aumento dei costi, soprattutto dei farmaci e delle tecnologie biomediche, ma quello che sta emergendo come un vero e proprio shock è la scarsità, o per meglio dire l’assenza, del personale sanitario, in particolare quello medico.

Era un fatto ampiamente previsto e prevedibile e vede nell’incapacità della politica italiana di programmare e di decidere saggiamente l’unica vera motivazione.

Non è difficile, anche per una persona di intelligenza essenziale capire che se produci circa 10mila nuovi medici l’anno, peraltro mediamente bravi o bravissimi, e ne fai specializzare, fino a due anni fa solo 6mila, oggi 8mila, produrrai una massa di personale altamente qualificato che, non avendo possibilità di accedere ai ruoli del Ssn, si metterà in fila ad attendere e cercare di sbarcare il lunario con lavori precari oppure emigrerà a frotte in Paesi a cui vengono in questo modo “regalati” professionisti la cui formazione è stata interamente pagata dai contribuenti italiani o dalle loro famiglie.

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